15/12 ACQUISTA IN PREVENDITA “IL MISANTROPO DEI SARGASSI” di Andrea Mella

15/12 ACQUISTA IN PREVENDITA “IL MISANTROPO DEI SARGASSI” di Andrea Mella

In attesa dell’uscita del volume
IL MISANTROPO DEI SARGASSI di ANDREA MELLA prevista
per il 15 dicembre 2018
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Il Misantropo dei Sargassi è l’esordio poetico di Andrea Mella, autore di Marittimo Blues (Ediciclo). Attraverso una scrittura potente, ricca, mai banale la voce di Mella si fa cruda testimonianza dell’esistenza raccontando l’uomo in tutta la sua impotenza e caducità. Nel tema dell’Acqua, fil rouge della raccolta, affiora il motivo del creato feroce e indifferente e nello stesso tempo la volontà indomabile degli uomini. Mella non sceglie mai la strada facile e scontata neanche quando la sua poesia si confronta con il tema della migrazione e con la tragedia di Lampedusa del 2013 nel poemetto “Transito” cuore della raccolta, collocato tra le due sezioni “Incerte maree” e “Il Misantropo dei Sargassi”. Le parole pungono e perforano, denunciano senza scivolare nella lamentazione, nel pessimismo fine a se stesso, nell’autocompiacimento.  Al lettore che, in piedi sul ponte, osserva le acque con timore e curiosità la poesia di Mella suggerisce la “bellezza coraggiosa” di un non-finale, non fornendo risposte ma allargando il raggio delle domande.

FrontCOVER Misantropo - Andrea Mella OK

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TITOLO Il Misantropo dei Sargassi
AUTORE Andrea Mella
PREZZO 14 €uro
PAGINE 140
FORMATO 12×17
CONFEZIONE Brossura
ISBN 978-88-940190-9-4

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Prevendita libro Il misantropo dei sargassi



“Ho voluto raccontare il punto di vista di un misantropo che si muove nei territori comuni alle poesie che compongono la raccolta, e cioè quelli lambiti dalle acque, siano essi barene, isole, porti, argini di un fiume, città attraversate da un canale, dove l’elemento acqua diviene inevitabilmente simbolico. Nel poemetto le sue riflessioni quindi scivolano tra “la fabbrica di pesce”, il “mercato del pesce di Rialto”, il battesimale e il mar dei Sargassi, cioè il mare mitico dove inizia e si conclude il ciclo vitale delle anguille. Mi sembrava la giusta metafora di quello che, a seconda delle credenze, può essere definito come il luogo di origine e destinazione della vicenda umana”. Andrea Mella

[…] al lettore che in piedi, dal suo ponte, osserva le acque e ne è sì spaventato, ma attratto, incuriosito, il libro suggerisce la bellezza coraggiosa di un non-finale: qualcosa che a prescindere da tutto persiste a sciabordare, risuona, infaticabile resiste all’effimero […]. Ci si rimette allora in discussione, si prova a imboccare un altro sentiero e, soprattutto, non si finisce più di interpellarsi. Ci si interroga e ci si interroga, la poesia non fornisce in questo caso risposte, non fa che allargare impietosamente il raggio delle domande e quindi diviene luogo vitale di ricerca, tensione filosofica, occasione di conoscenza, spinta irrefrenabile al lavoro su di sé. E proprio di ciò ritengo che il nostro mondo, oggi più che mai, abbia un supremo e oramai improrogabile bisogno!
Dalla nota di Filippo Parodi L’erto irrinunciabile

In copertina: Sedia a dondolo (serie End of summer) di Loredana Celano. Fotografia digitale, 2017.
Nota di lettura L’erto irrinunciabile di Filippo Parodi.

Foto mella

 

Andrea Mella, nato a Pordenone nel 1977, dalle aspirazioni cosmopolite, ama viaggiare a caccia di contraddizioni, quando quelle di casa gli sembrano insufficienti o insopportabili. Ridisegna i luoghi che attraversa con immagini e parole, solo perché i suoni e i sapori non si lasciano fermare sulla carta. Vive, lavora e pensa con passione, fatica e un certo acume. Combinando diversamente questi fattori, come talvolta gli capita, il prodotto non cambia. La pubblicazione nel 2014 di Marittimo blues (Ediciclo) segna il suo esordio narrativo. Vive a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso.

 

 

 

 

Alcune liriche estratte da IL MISANTROPO DEI SARGASSI di Andrea Mella, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

 

SOLŽENICYN AL SUPERMERCATO

Ho visto Solženicyn al supermercato
girava tra i banchi dell’ortofrutta, i sandali
strisciati sul linoleum; nel carrello
aceto di vino
bianco. Sembrava stanco
si fermò ai salumi, prima di contemplare
la tundra delle dimensioni.
Schivava i tralicci, perso
nell’arcipelago di vuoti a rendere.
A rendersi conto di quella parata
c’era da impazzire: code e fretta
alla cassa, grazie senza rimpiazzi.
Nel padiglione degli sconti regnava
l’allegria disordinata-ordinaria
guarda quello, costa poco
e quell’altro! Da abbellire il tinello.
Intanto il salariato gettava la cotenna
nel precipizio dei secchi
il ciclo della vita, diceva:
dammi una cicca.
Solženicyn si stupì di trovare
libri e dizionari vicino ai detersivi.
Riprese a perlustrare quei corridoi
lisci come steppa. Pensò “di questi tempi
nessuno ha più la barba alla mia maniera”.
Una mamma, accanto al frigo
inventava la cena della sera.
Ogni bocca stufa parlava
al cellulare, e tu, dietro lo scaffale,
misuravi le parentesi, le borse piene
di digressioni, la noia.
Ecco i surgelati, li ho riconosciuti:
pensavo si scongelassero nelle domeniche di sole
invece il ghiaccio andava sempre,
passato e presente, dentro e fuori le scatolette.
Pulsavano le tempie davanti alle insegne.
E i rumori? I rumori entravano tutti
gli sghignazzi dal piazzale, più un temporale.
Non è questa la torba buona, la betulla che consola.
Spiriti a terra, troppa miseria; una minestra
di superlativi: tutto bellissimo.
Fossimo un patronimico, piuttosto.
Figli di mondi, paci.
Questo voleva urlare:
figli di terra, fiumi, pace, mondo, senza superlativi.
Annodati, contaminati, così come siamo
tutti rinchiusi nell’orto umano.

 

NOMADI

Nomadi possono essere solo gli sguardi.
Le carezze bagnate dalla pioggia furono
poltiglia destinata a seccarsi nel mezzogiorno.
Quell’acqua senza sale, dal cielo, abbandonata
in rivoli, incapace di misurare la sete; acqua,
dal cielo, senza santi, stinta.
Fummo spiriti fuggiaschi,
quasi d’anima catafratta,
fino a trattenere gli sbadigli.
Nessuno disse come il ponente scappasse
nudo, a destra, dietro l’evidenza dello scoglio.

 

TABELLINA DEI MALI

Venerdì supplicava, chiedeva un goccio
solo un goccio del ramandolo
ma l’idea repentina di cambiare aria, uscire dalla finestra
assieme all’aria era solo un sogno per placare i dolori,
così andai in campagna, sul confine, e tornai
in infermeria col vino.
Venti chilometri in bicicletta più venti al ritorno
perché la linea ferroviaria era kaputt, interrotta.

La sete era passata. Sei bella, diceva
quando le gocce già smemoravano,
bella che mi viene voglia di rivedere la prima notte, noi.
Avevo lasciato il vino sul comodino, al posto
dei fiori. Tanto sono io i fiori, diceva, fiori
secchi; sono io l’uva da appassire, appassita.

Altra bicicletta, in andata e ritorno, a prendere
le bende per imbandire un microscopico letto.
Stammi accanto, basta questo, mormorava,
scostando con la lingua le cannule, gli argomenti
e dammi la mano, resta, non andare neanche
a pisciare, non lasciarmi, manca poco all’assise.
Se potessi barattare le doglie… ma so bene
come sospirano i medici, quando recitano
la tabellina dei mali.
Gli ultimi chilometri, quando saranno, mi avranno
esausta.

 

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